Se prendi un fabbro e gli fai descrivere il suo lavoro, te lo racconterà come la storia di tanti piccoli (o grandi) oggetti, di ore di lavoro, di passione per i dettagli. Se chiedi al commercialista del fabbro di parlarti del lavoro del suo cliente, probabilmente, ti spiegherà i suoi flussi di cassa. Per un economista, invece, conterà molto il ruolo del piccolo artigiano all’interno di un sistema più ampio. In tutti e tre i casi il lavoro del fabbro produce oggetti da fabbro, con la passione del fabbro, ma solo con le diverse prospettive possiamo avere un quadro completo del lavoro del fabbro. Come dire, il fabbro da solo potrebbe non bastare ad essere fabbro. O semplicemente essere un fabbro parziale.
Se escludiamo una autoironica vocazione, una delle cose che mi ha attratto di Kublai, quando ho accettato di mettermi a cavallo col resto della truppa, è stata la composizione del nucleo centrale del team. La prima riunione, a Roma, l’abbiamo passata cercando di capirci tra noi. Il mantra era “cercare una convergenza lessicale”. Ricordo la faccia di Luca quando ho tirato fuori Second Life e la mia esigenza di insegnante di sostegno mentre loro tiravano fuori le loro complicate, affascinanti e (ora che comincio a capirle) bellissime teorie sul coaching. Venendo da ambienti diversi, persino i significati delle parole chiave spesso erano degli ostacoli. Io una volta ho provato a usare empowerment (nel senso buono, opposto a enforcement parlando di costruzione di un gruppo) e le occhiate di Alberto e Alfredo mi hanno gelato con garbo. Nel loro ambiente evidentemente il termine è usato con un’accezione svilita dai fatti, abusata o non so che. Ma ho imparato la lezione. Convergenza lessicale, convergenza lessicale.
Se vi raccontassi Kublai io, sarebbe una storia di persone. Kublai è un ambiente progettato per essere sano, ai massimi livelli possibili da una kantiana (e illuminista) considerazione filosofica: l’uomo è un legno storto e con gli uomini non ci si può fare nulla di perfettamente dritto. La saggezza popolare, meno a rischio di interpretazioni e sempre più efficace, direbbe: abbiamo tutti dei difetti. Ma si possono progettare ambienti che siano (o tendano ad essere) equi e si può instaurare una trasparenza che sia costruita sulla decisioni a somma non zero. Ogni volta che qualcuno di noi (lo staff, ma anche i singoli kublaiani) prende una decisione cooperativa, Kublai cresce. Ogni volta che qualcuno di noi prende una decisione competitiva con gli altri membri il progetto fa attrito.
Se ci raccontiamo Kublai così, è soprattutto una storia di intelligenze che capiscono che insieme valgono sempre più che da sole. Che si rendono conto che stabilire relazioni è importante quanto fare bene il proprio lavoro o ciò che si sa fare. Di più: che le relazioni spesso ci forniscono opportunità, know-how, punti di vista che nemmeno avremmo immaginato e che invece ci cambiano la vita. E’ un po’ come quando facciamo una ricerca con Google: sappiamo l’informazione che cerchiamo e ne conosciamo il valore. Ma molto spesso, grazie alla grammatica di rete, finiamo per imbatterci in una informazione che non pensavamo nemmeno esistesse e che, piccola forma di magia della connessione (culturale, neurale, umana), ci allarga l’orizzonte e ci mostra un campo che potevamo coltivare e che era nascosto da una piccola collina. C’est le réseau.
Ecco, il kublaiano sa questo. Sa che fare rete è importante quanto essere bravo. Il Kublaiano non è kublaiano perché è iscritto al ning e forse ha un’idea. E’ kublaiano perché sa che facendo rete: per definizione fa rete per sé e per gli altri, e gli altri fanno rete per lui. E si scoprono i campi dietro le colline. Il kublaiano è attento alle persone del network, ci parla anche se apparentemente lavorano in campi diversi (proprio perché senza i flussi di cassa nemmeno il fabbro sarebbe fabbro, se non per pura fortuna con la C maiuscola). Il kublaiano costruisce fiducia, per sè e per gli altri. Perché se funziona la rete, se siamo attenti, aumentano le opportunità per tutti.
Per questa ragione, in una prospettiva di volo più basso, Kublai è una serie di strumenti che sono a disposizione di tutti noi. Il primo è il blog (su cui ogni tanto vi raccontiamo cose, su cui avviamo alcune discussioni o raccogliamo stimoli). Il secondo è il ning, apparentemente meno strutturato ma molto più potente. Lì possiamo comunicare in maniera asincrona, quando abbiamo attenzione. Lì rimane memoria delle interazioni. Lì possiamo sfogliare i profili e capire chi sono i nostri vicini. Conoscerli, stabilire un primo contatto. Lì possiamo far convergere le persone che conosciamo e che non sono ancora nella rete Kublai: se ognuno di noi arricchisce la rete di un nodo, la forza della rete (per tutti) aumenta molto di più della somma algebrica dei nodi aggiunti. Cresciamo.
Poi c’è Second Life. Lì abbiamo la possibilità di incontrarci e fare cose. Il Porto dei Creativi è di tutto il network. Se sei dentro lo spirito di Kublai puoi usarlo anche per il tuo progetto. Possiamo assegnarti uno spazio per lavorarci, per fare le tue attività. Oltre allo spazio, ovviamente possiamo aiutarti ad usarlo per far avvicinare alle tue attività persone che non sai che esistono, che non raggiungeresti in altro modo. Facendo rete tu, facciamo rete tutti. E meglio.
Così dal mio punto di vista, che non esaurisce il punto di vista Kublai, il decalogo operativo del kublaiano è:
1. Spiega Kublai. Se non lo spieghi e non lo racconti, non fai la tua parte. Ma il punto vero è: se non lo fai tu, non lo fanno nemmeno gli altri, perché sono gli esempi positivi la nostra guida. E se non lo fai tu e non lo fanno gli altri, lo facciamo solo noi. Un motore che gira al minimo della sua potenza. O no?
2. Allarga Kublai. E’ la ricaduta a cascata del punto uno. Fai crescere la rete, portando i nuovi nodi sul nostro ning e spiegando loro che (nel loro e nostro interesse) devono curare il loro profilo e i rapporti con le persone che fanno Kublai. Se racconti Kublai, la prima cosa che scoprirai è che ci sono altre persone interessate a farti crescere, farci crescere.
3. Usa Kublai. Questa è meno intuitiva, ma fondamentale. Uno crede che usa Kublai facendo un progetto e ottenendo coaching ma questi sono solo gli obiettivi, gli effetti di Kublai. Il risultato (la quantità, la qualità dei progetti) dipende da come siamo capaci di fare rete noi, generare connessioni tra intelligenze ed argomenti, scoprire nuovi campi dietro le colline, e poi nuove colline, e nuovi campi ancora dietro queste. Parla con le persone, frequentale, impara. E insegna. Gli strumenti te li diamo, e ti insegniamo ad usarli se hai bisogno. Non temere di chiedere aiuto. Un approccio timido in una rete è come una televisione senza ripetitori. Esserci senza usare è come giocare a tennis contro un garage.
4-10. Spiega, allarga e usa Kublai. La cosa figa è che possiamo permetterci un decalogo semplice, fatto di tre regole e un po’ di perseveranza e determinazione. Mica male, no?
A me questo progetto piace, ragazzi, perché è da qui che possiamo far crescere fiori e goderne la vita. Siamo lontani, sparsi per l’Italia, facciamo cose diverse, abbiamo percorsi diversi e mentalità differenti. Non saremmo stati insieme se non fosse per Kublai. E’ una scommessa: crediamo che insieme possiamo fare qualcosa di meglio e divertirci facendolo. Ma facciamolo davvero. Leggerezza, fiducia, idee sono le nostre alleate. La nostra capacità di conoscerci e lavorare insieme è il fattore competitivo. E’ su quella che dobbiamo lavorare. E io sono il primo a scommetterci 