Marco Magrassi

23 marzo, 2009
Alcuni progettisti napoletani finalisti al Kublai Award mi aspettavano al varco: appena giunto a Napoli per un weekend di riposo nella mia città sono stato scoperto e, caduto in un’imboscata, mi sono trovato arruolato in riunioni di lavoro…
E’ così che domenica pomeriggio ho incontrato Caterina, Mario e Gianpaolo di Frame con cui, tra le altre cose, abbiamo individuato un’iniziativa per avvicinare il progetto alla realizzazione su cui noi Ministeriali ci impegneremo nelle prossime settimane. Si tratta di questo: organizzare un incontro a Napoli, (possibilmente con il sostegno e nella sede della Confindustria regionale) per fare un focus group con imprese dei settori produttivi campani che investono in design per i loro prodotti. In questo modo, Frame potrà davvero testare la domanda per i servizi di co-design che il progetto si propone di fornire. Per farlo, ci aspettiamo che il team di Frame produca due cose. Primo, una lista con 5-10 settori target sul tessuto campano che noi ministeriali ci impegniamo a coinvolgere. Secondo, una breve scheda di progetto che descriva in modo cristallino e incisivo la “business idea” di Frame: sarà infatti il primo passo per convincere potenziali clienti della bontà e convenienza del loro servizio!!!
Aggiungo solo che anche Stefano Consiglio di AngeliPerViaggiatori ci ha provato (peraltro, sta immaginando di portare in Kublai un nuovo progetto nel settore teatrale)…ma in questo caso sono stato più abile: rimandando al futuro prossimo un incontro sui progetti, sono riuscito ad estorcergli una macchina in prestito per una meravigliosa gita a Capo Miseno, ed una piacevole cena a casa sua con piatto tipico napoletano: la…pasta alla genovese !!!
Antonella

22 aprile, 2008
Una delle cose che faremo con Kublai sarà girare per conoscere i creativi, nei luoghi in cui vivono. E così cominciamo.
Del Festival delle Culture Giovani “Linea d’ombra” ci parla Diomira Cennamo, conosciuta grazie alla collaborazione con Marco Minghetti. E dato che il festival è già in corso non resta che precipitarsi!
Arrivo a Salerno sabato mattina vestita a tre strati e pronta alla pioggia – come mi hanno preannunciato. Coerentemente con leggi di Murphy varie non piove affatto e mi dirigo verso il teatro Augusteo con un piacevole sole, da un lato il lungomare, dall’altro le montagne.
Quando arrivo sta terminando la proiezione per le scuole del film “Into the wild”. Vedo un bel numero di ragazzi che assiste ed esce soddisfatto. Gli eventi per gli studenti delle scuole hanno un buon riscontro, mi spiegherà Beppe D’Antonio, il direttore artistico del Festival. È lui che, davanti a un piatto di orecchiette con provola e melanzane (sono strascinati, in realtà, ma decidiamo di non dirlo al cuoco), mi parla del Festival e mi illustra tutto quello che accade in città per quanto riguarda la creatività.
Devo dire che resto stupita dalla varietà di cose che vengono citate: cinema, musica jazz, gallerie d’arte contemporanea e videoarte. Senza contare quel che succede nei dintorni, dal festival di Giffoni a quello di Ravello…
Resto però altrettanto sorpresa quando mi rendo conto delle difficoltà di collegare queste attività, della mancata capacità di fare rete, nonostante la buona volontà di molti dei soggetti coinvolti.
La partecipazione è molto buona e si sperimenta, quest’anno al Festival ci sono state anche iniziative su Second Life e il corteo virtuale sul Sessantotto (qui accanto una foto) ma persino realtà importanti come questa, al tredicesimo anno di vita, non hanno stabilità, anche loro non possono fare altro che promuovere i giovani ma non possono sostenerli perchè continuino a lavorare alle loro idee.
Dopo pranzo aspetto che ricomincino le attività, realizzando che – coerentemente col fatto che siamo in una città del sud, dove tutto “rallenta” dopo pranzo – c’è da aspettare fino alle 16.
Il pomeriggio ricomincia con la visione di alcuni cortometraggi italiani e stranieri, molto vari e intensi. Ci sono circa una cinquantina di persone, sorprendente anche secondo uno degli autori dei corti che scherza: “Di solito noi autori dei corti ci emozioniamo quando vediamo più di cinque persone in sala!”.
Il corto che mi piace di più si intitola “Missing” ed è realizzato da un ragazzo belga. Parla di un uomo di cui viene denunciata la scomparsa e che non riesce a convincere la moglie e tutte le altre persone della sua vita che lui è ancora lì. L’aspetto paradossale è che tutti lo vedono e parlano con lui, dalla polizia che viene a fare l’inchiesta ai colleghi in ufficio.
Ci penso un po’ mentre torno in stazione, alle cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e non vediamo, mi sembra c’entri un po’ con il motivo del mio sabato a Salerno. Bernard, il protagonista del cortometraggio, si sforza un po’ e in un finale grottesco riesce a farsi “vedere”, ma non è cambiato molto: lui è lì ma è come se non ci fosse, forse perchè non c’è mai davvero stato.
Insomma, “fare rumore” non basta, bisogna essere presenti davvero. E questo, col mio sabato a Salerno, c’entra sicuramente.